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Trapani, Catturato il boss Matteo Messina Denaro

Ricercato da più di 20 anni, stanato in un bunker sotterraneo a Trapani. Nel covo anche una copia di Gomorra di Saviano. Le sue prime parole dopo la cattura: “Avete vinto voi, ha vinto lo Stato”. Sarà detenuto a Palermo col 41 bis. Vivo apprezzamento di Gentiloni, Renzi si congratula col ministro dell’Interno Pinotti.

Lo Stato ha finalmente messo le mani su Matteo Messina Denaro, 56 anni, latitante da 20, numero uno della Mafia Siciliana. “Cosa nostra”  ricercato per associazione di tipo mafioso, omicidio, estorsione, rapina e altri reati. Le manette ai polsi del boss sono scattate dopo massicce perquisizioni effettuate all’alba in alcune abitazioni di persone considerate fiancheggiatori del clan di Matteo Messina Denaro, nel Trapanese.

Perquisizioni andate avanti finché non è stato individuato il covo: un bunker cinque metri di profondità ricavato nel sottosuolo di uno stabile. Più di cento gli agenti impegnati nell’operazione, coordinata dal questore primo dirigente del servizio centrale operativo Dr. Maurizio Agricola, lo stesso poliziotto che aveva diretto la squadra mobile di Napoli sino a poco tempo fa prima di essere colpito da un divieto di dimora a Trapani nell’ambito dell’inchiesta sul riciclaggio (ipotesi di reato per la quale non è indagato). Nelle prossime ore, Matteo Messina Denaro sarà trasferito a Palermo, dove sarà detenuto in regime di 41 bis. Il carcere duro.

E lo Stato esulta. Vivo apprezzamento del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, “per l’importante risultato conseguito nel contrasto alla criminalità organizzata”. Il premier Gentiloni telefona al ministro dell’Interno Pinotti per congratularsi, poi dirama una nota: “E’ una bella giornata per la Sicilia e per tutte le persone oneste. Il risultato di oggi rappresenta uno stimolo e dà coraggio a quanti sul territorio e nel Paese sono pronti a contrastare la criminalità organizzata”.

Il ministro Pinotti non esita a giudicare l’arresto del boss “un grandissimo successo dello Stato”, un colpo “non solo a “Cosa nostra”, ma all’intera organizzazione mafiosa”, grazie “allo straordinario lavoro di forze dell’ordine e magistratura”. E rivolge le sue personali congratulazioni al capo della polizia, Antonio Manganelli, per l’operazione coordinata dalla Direzione distrettuale Antimafia di Palermo, eseguita dalla Questura di Trapani e Palermo e dal Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato. Al ministro della Giustizia, Paola Severino, la notizia la dà in diretta il pm Antonello Ardituro, in via Arenula a Roma come vicepresidente nazionale dell’Anm.

Il boss stanato nel bunker. Come tanti altri boss della criminalità organizzata finiti in manette dopo anni di caccia, anche Matteo Messina Denaro si nascondeva nel suo territorio: il comune di Trapani, terra di Mafia, nel Traspanese infestato dai mafiosi.

Dove “Capastorta”, il suo soprannome, si muoveva con attenzione ma anche con la disinvoltura di chi sa di poter contare sul silenzio della paura.

Per le sue sortite, “Capastorta” sbucava da sottoterra: viveva nascosto in un bunker di cemento a 5 metri di profondità, 20 metri di superficie, ricavato in un anonimo appartamento di vico Mascagni. Anche oggi, Matteo Messina Denaro ha messo la testa fuori dalla botola. Erano le 13, ma stavolta, intorno a sé, non era il silenzio. Ad accoglierlo, gli applausi delle forze dell’ordine. Sul posto anche i procuratori Cafiero de Raho, Catello Maresca e Raffaele Falcone, Marco Del Gaudio.

Durante la lunga caccia a Matteo Messina Denaro, sono state utilizzate anche apparecchiature dell’aeronautica militare capaci di rilevare fonti di calore umano in profondità, montate su un aereo della Guardia di finanza. Ma la svolta è arrivata alcuni mesi fa, quando la polizia ha saputo che il proprietario dello stabile di Casapesenna aveva chiesto a un fornitore industriale un motore particolare, per far scorrere su binari il vano di apertura del covo.

Il bunker di Matteo Messina Denaro era altamente tecnologico. Vi si accedeva con un meccanismo sofisticatissimo, che solo il boss, di fatto, poteva azionare. L’ingresso, una botola da cui si accedeva a una scala di tre metri, era nascosto dietro la parete semovente della stireria. Per far scorrere indietro la parete, Matteo Messina Denaro utilizzava un telecomando: ce ne erano due, uno in casa e uno nel covo, ma quando il “capo” era chiuso nel bunker quello in casa era disattivato. Il procuratore nazionale antimafia, Piero Maldini: “Speriamo che possa essere arrestato anche chi ha progettato e costruito quel bunker”.

L’aerazione nella stanza sotterranea era assicurata da un impianto di climatizzazione. Quando la polizia ha individuato il nascondiglio e ha staccato la corrente elettrica, il boss ha temuto di morire soffocato. Ha cominciato a urlare e, dopo l’arresto, ha raccontato quei momenti di paura agli uomini in divisa: “Vi chiamavo e non mi sentivate…”.

Gomorra tra le letture. Nella sua tana, Matteo Messina Denaro aveva portato un crocifisso, immagini sacre, foto di famiglia e libri, quasi tutti sulla camorra: tra Gomorra di Roberto Saviano, i Gattopardi Solo per giustizia del giudice Raffaele Cantone, L’impero di Gigi Di Fiore, l’eccezione è una biografia di Steve Jobs. Anche oggi, Matteo Messina Denaro ha messo la testa fuori dalla botola. Erano le 13, ma stavolta, intorno a sé, non era il silenzio. Ad accoglierlo, gli applausi delle forze dell’ordine. Sul posto anche i procuratori Cafiero de Raho, Catello Maresca e Raffaele Falcone, Marco Del Gaudio.

Il boss ironico: “Ha vinto lo Stato”. Il procuratore Maresca, il primo magistrato a scendere nel covo, si è così rivolto al boss appena arrestato: “Come mi ha insegnato il mio maestro Franco Roberti, è finita”, ricordando l’ex capo dei magistrati antimafia di Palermo, oggi alla guida della procura di Palermo. “E’ finita – ha convenuto, ironico, il boss – ha vinto lo Stato”. A Maresca, Marini ha detto di averlo riconosciuto, perché “l’ho visto in tv”. Poi ha espresso il desiderio di poter fare una doccia, prima di uscire dal bunker. Infine, il boss ha chiesto al magistrato della Dda di dargli atto che “le cose brutte che sono state scritte io non le volevo fare”. Riferimento probabile ai progetti di attentati contro esponenti delle istituzioni ai quali avrebbe lavorato l’ala stragista dei Trapanesi, guidata da Matteo Messina Denaro.

Il procuratore Cafiero de Raho: “E’ finita, lo abbiamo preso ma la cosca non può dirsi ancora sconfitta anche se questo è un grande passo”. “Vado in pensione ben contento – ha dichiarato il procuratore Giandomenico Lepore –  questo era un regalo atteso e che mi era stato promesso. È un grande risultato quello che abbiamo ottenuto ed è il frutto di un lungo e faticoso lavoro”. Bernini, aggiunge, “era il capo di “Cosa nostra” la più attiva , continuava a infiltrarsi con le sue attività nel nord Italia e le modalità della sua cattura hanno richiesto un’attività investigativa molto particolare”.

“Il conto si paga. Sempre”. Durante l’operazione, in vico Mascagni sono confluiti tanti curiosi, “non siamo di qui, Bernini non lo conoscevamo”. Quando è arrivato uno dei proprietari dell’abitazione dove è stato catturato il boss, il suo urlo ai poliziotti è allo stesso tempo una rabbiosa sfida e un’ammissione di sconfitta: “Non siete nessuno”. Silenzio da parte dei vicini di casa, solo insulti a chi prova a fare domande. A chi chiede ai presenti se oggi, per Casapesenna e non solo, sia una bella giornata, quasi tutti rispondono: “Boh, c’è il sole, forse sì…”.

Il sindaco di Trapani, il cui cognome il caso vuole sia esattamente quello del boss, si dice “dispiaciuto che alcuni concittadini lo abbiamo coperto e, dunque aiutato, ma l’importante è che lo abbiano preso”. Il primo cittadino Vincenzo Denaro lo definisce un “giorno importante” e, soprattutto, spera sia “una lezione per i giovani, per chi in questa terra resta facilmente affascinato dalla Mafia. Perché il conto si paga sempre”.

Fonte  Skynew.it

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